La tristezza ha più parole della felicità perché nasce dove mancano le cose: accumula sfumature, sinonimi, note a piè di pagina. La felicità, invece, è una luce che semplifica: dice “sì” e basta, e nel suo bagliore i contorni si sciolgono. La tristezza ci costringe a scavare, a nominare, a distinguere, mentre la felicità è così piena che non ha bisogno di linguaggio.
Forse è per questo che nelle ore felici rischiamo di perderci di vista: senza ombre non c’è rilievo, senza ferite non c’è firma. La tristezza ci alfabetizza al dettaglio, ci insegna la grammatica dell’assenza e ci restituisce il nostro profilo. Se fossimo sempre felici, parleremmo meno e forse non sapremmo più chi siamo, solo una chiarezza senza profondità, una superficie liscia dove nessuna storia può aggrapparsi.
La tristezza custodisce la nostra identità, la felicità ci fa dimenticare di averne una.
( Lucia Gaetani )
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