Durante le Costellazioni Familiari, a un certo punto, il campo ha imposto una domanda inevitabile: che cos’è il Male? Non come categoria morale, ma come esperienza umana concreta, inscritta nella relazione tra l’Io e il Sé. Nel lavoro sistemico e nella prospettiva del Sé, il Male non appare come una forza autonoma o metafisica, ma come rottura della relazione. Il Male nasce là dove l’Io si separa dal Sé, dove la paura prende il posto della presenza, dove l’ego, sentendosi minacciato, smette di ascoltare. In quel punto l’agire perde profondità e diventa reazione.
L’Io, quando è vivo, è funzione di contatto: ascolta, media, risponde. Il Sé, invece, è il campo più ampio della coscienza, ciò che precede ogni identità. La frattura tra i due genera forme ricorrenti e riconoscibili: esclusione, rigidità, disconnessione, perdita di contatto con il campo più ampio della vita. È lì che il Male prende corpo, non come volontà distruttiva, ma come coscienza contratta.
Come già intuiva Friedrich Nietzsche, il Male non è ''altrove''. Non abita nei mostri che combattiamo, ma nella possibilità, sempre presente, che l’Io, isolandosi, perda contatto con la propria profondità. Non è il dolore a generare il Male, ma la chiusura al dolore. Non è l’Ombra, ma il suo rifiuto.
Nel lavoro sistemico, ciò che viene escluso non scompare: ritorna sotto forma di sintomo, distruttività o ripetizione. Ogni esclusione chiede compensazione. Ogni rimozione produce una frattura che il sistema tenta di sanare, anche attraverso modalità estreme.
Il Male, dunque, non è un’entità da sconfiggere, ma un segnale da leggere. Indica un’interruzione del dialogo tra Io e Sé. Dove quel dialogo viene ripristinato, il Male perde funzione e consistenza, perché non trova più una coscienza separata in cui operare.
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"Chi combatte i mostri deve fare attenzione a non diventare a sua volta un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l'abisso guarda dentro di te". (Friedrich Nietzsche)
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