La sofferenza non era mai un momento, ma un luogo. Pendeva dai lampadari sospesi sopra di me, pesante e immobile, come urla congelate cristallizzate nel vetro. Non illuminavano le stanze, le osservavano. Sotto il loro sguardo silenzioso, le stanze giacevano vuote, private di significato, con le pareti che respiravano assenza. I pavimenti di maiolica smaltata non riflettevano nulla di umano, solo echi frantumati di un io che si dissolveva a ogni passo.
Le urla arrivavano senza bocche. Squarciavano l’aria, massacrando il silenzio, urtandosi l’una contro l’altra finché il suono stesso diventava dolore. Ogni grido affilava la sofferenza, trasformandola in qualcosa di penetrante, qualcosa che scavava nelle ossa e nella memoria. Il dolore non era più una sensazione ma un’opera d'arte, corridoi lancinanti che non conducevano da nessuna parte, scale che scendevano nella paura.
La paura abitava il buio, ma il buio non era vuoto. Pulsava di irrealtà, piegando il tempo e la logica finché il mondo non sembrava un sogno ricordato male. Le ombre si staccavano dagli oggetti e cominciavano a pensare. La realtà si assottigliava, si tendeva, e infine si lacerava, dando vita a un mondo parallelo cucito insieme da angoscia e incredulità.
In quell’altro luogo, la sofferenza era legge e il silenzio una punizione. I lampadari erano ancora sospesi, le stanze restavano vuote, i pavimenti eternamente freddi. E compresi allora: questo mondo non era stato costruito per fuggire dalla realtà, ma per sopravviverle, un rifugio irreale dove il dolore poteva esistere senza spiegazione e dove la mente, spezzata ma vigile, poteva continuare a resistere.
(Lucia Gaetani)
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#attraversareilbuio
